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DogMan, presentato in concorso all'80ª Mostra del Cinema di Venezia e distribuito nelle sale italiane dal 12 ottobre, è l'ultimo film di Luc Besson, regista, sceneggiatore e produttore francese noto, tra le altre sue opere, per Nikita, Léon e Il quinto elemento.

Il film è una dolorosa digressione sul dolore, sulla guarigione, sulla dignità, per una storia che porta in scena un uomo a pezzi salvato dall'amore incondizionato dei suoi cani. Approccio pop, pulp, quasi fumettistico, ma un cuore dolente, che alterna poesia e disgrazia.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Luc Besson, nasce infatti con la figura irregolare di Douglas, liberamente e solo ipoteticamente ispirata ad un ragazzino francese chiuso in gabbia e salvato dalla polizia. Uno spunto che ha riacceso nel regista la voglia di tornare a disegnare personaggi struggenti, inseriti in un mondo oscuro e spietato, nel quale solo l'amore - dei cani, in questo caso - riesce a portarli verso una simbolica salvezza.

Un fatto di cronaca come base e il focus che genera un quesito: che futuro potrebbe avere un bambino così traumatizzato? Chi o cosa potrebbe diventare?

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DogMan è una favola di emarginati, in cui la tristezza si fonde con le radici di un albero dal passato segnato e cresciuto nel bel mezzo della tempesta. Quello messo in scena da Luc Besson, allora, è cinema di genere postmoderno che strizza l'occhio agli Anni Novanta. È cinema di formazione, è cinema pop ed è cinema di sentimenti.

Perché, dietro la fitta coltre crepuscolare, il valore del racconto è da trovare negli sguardi di fiducia tra Douglas e i suoi fedeli cani, che lo capiscono alla sola occhiata. Lui è uno di loro. Un irregolare, uno che all'apparenza preferisce la sostanza, prendendosi gioco del mondo (e di se stesso) truccandosi da Edith Piaf e cantando il venerdì in un night club. Sguardi e dettagli, intanto che la regia di Besson trasuda odori, colori, suggestioni.

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Thu, 19 Oct 2023 20:20:36 +0200